Guarire le ferite emozionali

“Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita? Come fai ad andare avanti, quando nel tuo cuore cominci a capire… Che non si torna indietro? Ci sono cose che il tempo non può accomodare. Ferite talmente profonde, che lasciano un segno.”[1]

La nostra personalità segue due principi: la ricerca del piacere e il tentativo di eliminare il dolore. Siamo quindi illusi che guarire significhi arrivare ad un punto dove si vive l’eterno piacere avendo eliminato il dolore. Questo non è possibile. Infatti l’esperienza insegna, che per quando ci si provi non si riesce a eleminare il dolore vivendo nel piacere eterno. L’esperienza è fatta di entrambe le polarità: dolore e piacere.

Guarire diviene allora qualcosa d’altro che necessita di nuovi sensi e nuove prospettive per poterlo comprendere e integrare nel nostro esistere.

Diventa il processo attivo per conoscersi, per con-prendere (prendere dentro sé) in consapevolezza la realtà.

“Non desiderare che il dolore sparisca e nemmeno che venga trasformato, la trasformazione può essere solo un effetto collaterale non ricercato dalla tua accettazione del dolore. Stai con la sofferenza, senza alcuna speranza che possa trasformarsi. Cessa di volere che quella esperienza svanisca. Sfruttala per trasformare la tua coscienza, non per far svanire la sofferenza. Non impiegare stupidamente le tue energie per tenerti lontano dalla liberazione!”[2]

Ricordo le parole di Cristo “Padre, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia volontà, ma la Tua”.[3]

Esiste ed esisterà sempre quella parte di noi che desidera “allontanare il calice (sofferenza)” e anche questa parte è da osservare non da agire. Per guarire non possiamo anestetizzarci, rimuovere, evitare. Per guarire ci vuole coraggio.
La guarigione è essere presente a quella Volontà che ci chiede di contattare la ferita, di immergerci in essa e da essa imparare.
Il nostro desiderio di eliminare il dolore ha messo in atto, già da molto tempo, meccanismi di difesa efficaci per “dimenticare”, per relegare l’angoscia nell’inconsapevolezza.

La ferità indica quindi un’antica separazione che giace dentro noi.

I nostri traumi irrisolti deformano la nostra percezione e definiscono le credenze[4].
La credenza non si basa sull’esperienza diretta ma su ciò che è stato immagazzinato.
Il dolore provoca uno shock che struttura un meccanismo di difesa che nel tempo diverrà il filtro con cui osserviamo la realtà.

Faccio un esempio. Sono una bambina di 5 anni e la mamma mi lascia per una settimana. Come piccola vivo lo shock dell’abbandono. Senza rendermi conto strutturo una difesa che dice “se faccio la brava chi amo non mi lascia”. Questo meccanismo mi porta, nell’età adulta, ad essere accondiscendente, passiva, arrendevole pur di non essere lasciata e, quando vivo un abbandono, tutto diventa una tragedia perché non comprendo cosa sta accadendo, visto che “sono stata sempre brava”.

Ricordo che non ci sono colpevoli in questa storia. Né la mamma della bambina, né la bambina. Accade che le ferite provocano dolore, che il nostro sistema cerca un modo per proteggersi (sono strategie di sopravvivenza). Noi siamo chiamati a destrutturare questi meccanismi, non per illuderci che guarendo non proveremo più dolore, ma per evolvere, per cambiare e crescere, smettendo di ripetere funzionamenti sempre uguali a sé stessi.

Sono le ferite a muoverci verso la ricerca della guarigione e quindi ad arricchire le nostre esperienze, ma allo stesso tempo hanno il potere di renderci immobili per paura e incapacità di affrontare il dolore. Ogni ferita è quindi un potenziale.

Le nostre prigioni sono le nostre credenze, siamo prigionieri di noi stessi, carcerieri e detenuti allo stesso tempo.

Viviamo per perderci e ritrovarci più volte, per divenire più esperti e cresciuti.

“Noi non vediamo le cose come sono.
Noi vediamo le cose come siamo.” (Anais Nin)

La ferita emozionale non curata, può rimanere attiva ma non riconosciuta. Viviamo nel dolore non riconoscendo più cosa lo genera. Questo è il principio della nostra impotenza.

“E’ di fondamentale importanza imparare a distinguere, riconoscere e smascherare un atteggiamento indotto da una Ferita Emozionale rispetto a quello indotto da uno Spirito libero che si auto determina.”[5]

Guarire le emozioni significa viverle senza esserne dominati, viverle e non reprimerle, esserci, rimanendo osservatori di ciò che ci accade.
Ciò che esperisco l’ho creato io. Accettare profondamente questa verità scomoda è il presupposto di tutta la trasformazione, della presa di potere, della guarigione.

Questa difficilissima presa di coscienza ci permette di fare la miglior terapia possibile ogni giorno, ogni istante, ogni secondo, perché quando mi chiedo “chi sono”, posso guardare fuori da me e trovare le risposte.

“Come può creare la realtà futura qualcuno che non SENTE di stare già creando quella attuale?”[6]

Io manifesto questa realtà perché ora è la mia migliore realtà.

Ciò che mi accade è ciò che mi serve.
Quando si arresta questo movimento si entra in un loop, ciò che si vuole evitare continua a ripresentarsi.
Noi non dobbiamo destrutturare la ferita ma la maschera, la difesa che essa ha strutturato.

C’è una frase che tutti conosciamo che dice “la realtà esterna è il tuo specchio”. Se questo è vero, quando vogliamo con ostinazione cambiare le cose esternamente, facciamo come chi rompe lo specchio per non vedere la sua faccia sporca e, così facendo, va in giro per la città con il viso imbrattato.

Ora andiamo in giro sporchi e disordinati nonostante gli specchi che continuano a mostrarci il nostro volto, preferiamo ignorarli e lamentandoci perché sono così “impietosi” nei nostri confronti.

Cosa fare?
Con coraggio guardare “lo specchio della nostra realtà”.

Il Gioco del Risveglio è un sostegno per rendere efficace questa nostra voglia di guarire.
Vai alla pagina EVENTI per le nuove date di Gioco.

“L’intero scopo di questo gioco è preparare il nostro corpo chimicamente, attraverso un pensiero e un’esperienza nuova.
Tuttavia, se continuiamo a preparare il nostro corpo chimicamente ad avere gli stessi pensieri, a fare le stesse esperienze, non evolviamo mai come esseri umani”. (Joe Dispenza)

Con Amore Dhara

Per curiosi e amanti dello studio lascio l’indicazione di alcuni testi
Le Cinque Ferite e come guarirle di Lise Bourbeau
Le 5 ferite. Nuove chiavi di guarigione di Lise Bourdeau
Trattato di alchimia delle emozioni di Gianpaolo Giacomini
Io sono il padrone della mia anima. Primi dialoghi con Victoria Ignis di Salvatore Brizzi
La biologia delle credenze di B. H. Lipton


[1] Dal film: Il Signore degli Anelli – Il ritorno del Re
[2] S. Brizzi Io sono padrone della mia anima p. 128
[3] Lc 22, 41-42
[4] Sono le percezioni errate programmate nel nostro subconscio, se non vengono monitorate ci inducono abitualmente a comportamenti inadeguati e limitati. Le credenze sono come i filtri di una macchina fotografica, che cambiano il modo in cui vediamo il mondo. La biologia delle credenze B. H. Lipton
[5] G. Giacomini “Trattato di alchimia delle emozioni” p.167
[6] S. Brizzi Io sono padrone della mia anima p. 58