Il cuore è nel viaggio o nella meta?

Il cuore è nel viaggio o nella meta?

Darsi la possibilità di pensarsi diversamente.

“La vita è una profezia che si autoavvera.
Puoi non ottenere ciò che desideri, ma a lungo andare otterrai ciò che ti aspetti.” (Denis Waitley)

A volte ci convinciamo del fatto che per essere efficaci dobbiamo necessariamente raggiungere la meta, considerando il percorso solo un passaggio obbligato, dimenticando ciò che lo ha caratterizzato.
Ogni giorno al lavoro o anche in famiglia ci vengono dati dei compiti da raggiungere e chi ce li dà, si aspetta che questi vengano raggiunti, adeguatamente e in tempo.

Se sei più veloce, tanto meglio.
Ma poi, una volta raggiunti, cosa ci resta?
La soddisfazione di un compito portato a termine è davvero sufficiente per farci sentire appagati e ricaricati? Quanto tempo facciamo passare prima di rimetterci in moto per il prossimo obiettivo?

Possiamo spostare il nostro focus e scegliere di portarci a casa qualcosa dalle nostre azioni, dalle nostre routine quotidiane; possiamo trattenere non solo la soddisfazione, ma anche la consapevolezza delle risorse che mettiamo in campo e di quelle che continuiamo a sviluppare durante ogni percorso.
L’idea è quella di porre più attenzione al percorso che alla meta, ai passaggi che mettiamo in atto per raggiungerla, agli errori che commettiamo e che abilmente superiamo, alle risorse che possediamo e che sappiamo padroneggiare, e anche a quelle che abbiamo appena iniziato a sperimentare e che man mano possiamo potenziare.

Torna alla mente quella bella e sana abitudine di scrivere il diario serale: provare a dedicare qualche minuto per fermarsi e focalizzare cosa ho imparato oggi, di piccolo e/o di grande?
Iniziamo a interrogarci per iniziare a riconoscere il nostro valore, anche nei possibili fallimenti che inevitabilmente potremmo affrontare.


Le persone più felici sono coloro che sperimentano, imparano, costruiscono, sempre abili nello sterzare in modo flessibile, seguendo la bussola del proprio sogno, ma adattando la rotta in base agli insegnamenti del cammino.

Una situazione problematica offre tre possibilità:

  1. Continuare ad alimentarla
  2. Evitarla
  3. Risolverla

Se crediamo nel cambiamento scegliamo bene la nostra opzione!

Cosa posso fare per capire, comprendere la situazione che sto affrontando? Quali sono i miei alleati?

L’analisi delle proprie competenze non è necessaria solo per scrivere un curriculum, ma anche per fare presa su punti già ben strutturati da esperienze passate.

C’è qualcosa in me che può trovare maggior agio nella modifica?
Se cambio i miei pensieri, cambio anche la mia realtà?
Quante energie vanno verso l’esterno, quante vanno verso l’interno?

Spostarsi troppo verso l’esterno cercando conferme o risposte da altri diventa il modo più semplice per crearsi delle illusioni, fraintendimenti, e obbliga a stare in una posizione passiva di attesa che però, potrebbe anche non risolversi mai, proprio perché dipendente da altre realtà o persone.

È nel giusto scambio tra il dentro ed il fuori che si troverà la risoluzione.

Quando si lascia spazio a cosa posso fare io (formula del potere) si aprono nuove prospettive, nuovi panorami che ampliano i limiti del nostro pensiero; a volte la nostra immaginazione si ferma sulle soluzioni che sono già state messe in pratica, su qualcosa di già visto o sentito perché forse spaventa meno, però in questo modo l’esplorazione della nostra unicità e della nostra creatività viene messa in un angolino buio.

Quindi si tratta di ampliare al massimo le possibilità per poi ad una ad una vagliarle e valutare la fattibilità.
La struttura del “dovrei fare” restringe le risposte che saremo in grado di processare,
quando invece ci chiediamo cosa “potrei fare” allarghiamo la prospettiva.

Quanto spazio di libertà di pensiero e di azione ti concedi?
Quante volte non esplori un pensiero perché ti sembra già troppo assurdo.
Il modo in cui ti racconti determina le soluzioni che troverai.

Come ti pensi e ti racconti incide significativamente sui limiti che ti poni e/o sulle potenzialità che ti concedi di sviluppare.
Che si tratti di vivere serenamente con te stesso, di relazionarti con qualcuno, del tuo modo di stare nelle situazioni, le narrazioni che costruisci di te possono essere tanto una zavorra, quanto un trampolino di lancio.
Per esempio, suona in maniera molto diversa descriverti come “una persona timida, impacciata, che fatica a interagire con persone nuove”, dal narrarti invece come “una persona analitica che ha bisogno di tempo per familiarizzare con un nuovo contesto prima di lasciarsi andare”.

Stessa situazione, prospettive diverse.
Atteggiamento mentale diverso.
Datti la possibilità di pensarti diversamente.

Quando qualcosa non va come vorremmo abbiamo la tendenza a rimproverarci, a giudicarci negativamente.

Rimanendo focalizzati su ciò che non ha funzionato, rischiamo di leggere gli inciampi passati con lo sguardo del presente, dimenticandoci, però, che solo oggi le nostre gambe sono più forti e i nostri passi più decisi di ieri. Magari anche grazie alle buche che abbiamo preso strada facendo.

Quante volte ti capita di dire o di sentir dire: “è proprio vero che le risposte vengono in mente solo dopo l’accaduto!”, “se solo potessi tornare indietro… quante cose cambierei!”
Hai tra le tue mani una risorsa importante: l’anticipazione.
Prendendo in considerazione l’idea che tu possa inciampare di nuovo, rifletti sin da subito su come attrezzarti per rimanere in piedi.

Immagina un’ipotetica situazione futura in cui nulla va secondo i tuoi piani e anticipa già eventuali passi falsi, analizzando le difficoltà in fase di progettazione.

Che cosa faresti, di diverso, per far funzionare le cose? Che cosa diresti?
Mettiti nella condizione di scegliere consapevolmente i tuoi pensieri e il tuo agire.
Sapendo che, comunque, una quota di imprevedibilità fa pur sempre parte della vita.

Nei tempi moderni della crescita personale si parla moltissimo della polarità umiltà-arroganza; spesso vengono esaltate quelle doti di intraprendenza e a volte sfacciataggine che servono a farsi vedere il prima possibile, quasi a stordire con una grande quantità di proposte o informazioni il possibile cliente.

Di contro la parola umiltà sembra quasi far rima con arrendevolezza, poco carattere.
Proviamo a fare qui un po’ di chiarezza.

La parola umiltà è collegata etimologicamente alla “provenienza con la terra”, a un’entità primitiva, alla natura; insomma, significa riconoscersi piccoli, come fossimo un granello nell’universo, quindi fallibili e imperfetti; questa consapevolezza viene spesso associata a un atteggiamento da perdente, poco utile al raggiungimento dei propri obiettivi come accennavamo prima.
Allora qual è la “giusta” dose di sicurezza che è funzionale avere?

Lo studioso Adam Grant la chiama “umiltà sicura di sé”, cioè quella forma mentis che ti porta ad avere fiducia nelle tue risorse, nella tua Persona, ma con la contezza che potresti non avere la soluzione perfetta, che potresti sempre imparare qualcosa dalla situazione o dagli altri, che potresti semplicemente non “avere ragione”.
“L’umiltà sicura di sé” ti permette di aprirti di fronte al dubbio e quindi di vedere ciò che ancora non ti sei dato la possibilità di vedere.

Ecco che ancora una volta incontriamo il concetto che le parole che usiamo per descriverci faranno la narrazione della nostra realtà.

Un ultimo spunto da menzionare riguarda quest’urgenza di esaltare chi completa prima le cose, chi brucia tutte le tappe, come se la velocità di esecuzione determinasse il valore della persona.
E’ innanzitutto un modo per spingere le persone a competere brutalmente e a considerare la vita come una gara, ma è anche legato all’ansia di esaurire tutto al più presto.
In mancanza di senso, resta soltanto la velocità.

“Perché lo sto facendo? Non lo so. Ma ho fatto molto presto”: sembra quasi uno slogan pubblicitario.

Se vai sempre di corsa, se hai sempre mille cose da fare, non hai tempo per pensare; non ti fai domande, non ti chiedi chi sei, cosa stai facendo o perché lo stai facendo.
Quando il fare sovrasta il sentire la disconnessione con se stessi fa capolino.
Vogliamo proporre un’alternativa a questo: “Oggi chi non si ferma è perduto”.

È uno di quei casi in cui “ci vuole più coraggio e forza di carattere per fermarsi o addirittura per volgersi indietro che per andare avanti”.

Trovare l’equilibrio tra la velocissima ambizione e la lenta consapevolezza è fondamentale, ma anche complesso a volte: spingere le persone a fare sempre il meglio in tempi brevissimi può essere estremamente distruttivo, come anche l’atteggiamento opposto che lascia cadere nell’ignavia e accidia.

Il conoscere le proprie potenzialità e i propri punti da rinforzare serve a far fronte alle pressioni sociali, evitando cosi il rischio di essere fagocitati, ma senza rinunciare a priori togliendosi dai giochi della Vita.

Niccolò Fabi scrive nella sua canzone La Bellezza:
“Sai che chi si ferma è perduto, ma si perde tutto chi non si ferma mai”.

Buon viaggio alla giusta Velocità

Susanna Porta