La paura del giudizio degli altri.

La paura del giudizio degli altri.

Poniti questa domanda: “Ciò che l’altro pensa di me è utile alla mia felicità?”. Se rispondi che è essenziale sappi che stai dando all’altro, al suo sguardo su di te, un grande potere. Lo stai facendo tu e divieni dipendente tanto delle lodi quanto delle critiche in egual misura, non c’è scampo. Più le lodi ti porteranno in alto, più le critiche avranno potere di portarti in basso.

Lo scrive bene Schopenhauer[1]per la felicità della persona, e anzitutto per la serenità dell’animo e per l’indipendenza, così essenziali alla felicità, quell’influenza [intende la lode], più che positiva, è molesta e dannosa.” Magari invece, sei colui o colei che brama le lodi ma quando le riceve non ne sente beneficio, sei abituato e abituata ormai allo status quo della bassa autostima. Immagina di entrare di tua spontanea volontà in una prigione, di chiuderti dentro e dall’unica finestrella della tua cella (con sbarre), gettare la chiave. Voilà fatto!

Come ti senti?

Stanco o stanca, infelice, sempre preoccupato o preoccupata? Immagino di sì. Ancora Schopenhauer: “dare troppa importanza all’opinione altrui è un errore universalmente diffuso; che abbia radici nella nostra stessa natura o sia una conseguenza della vita sociale e della civiltà, esso esercita sui nostri comportamenti un’influenza assai esagerata, che è nemica della nostra felicità (…)“. D’altronde quanto importante è stato per te lo sguardo dei tuoi genitori, quanto dolore per un riconoscimento non avvenuto, un “bravo” o un “brava” non detto, quella sensazione di non essere mai abbastanza.

Poi esci di casa, inizi la scuola con i voti, i confronti e quei “temibili segni rossi” sul tuo quaderno. Quanta umiliazione e vergogna per ogni esperienza di disvalore. L’errore diviene per te un continuo ricordati che così come sei non vai proprio bene in questo mondo. Ci provi, e riprovi eppure sembra che gli altri, di tutti questi tuoi sforzi, non se ne accorgano nemmeno. Sei cresciuto e oggi, volente o nolente, consapevole o meno, gran parte delle tue ansie e timori hanno radice nel giudizio.

Un giudizio che percorre due strade che si intersecano e si combinano in te in diversi modi. La prima strada è il timore, la paura ci ciò che l’altro possa pensare e dire di te, di come ogni indizio è letto da te in questa prospettiva: “e se poi non vado bene così?”. La seconda è il tuo giudice interno che ti massacra per ogni sbaglio commesso, che ti vuole perfetto, che ti vuole perfetta, che ha un’ideale da sbatterti davanti ogni volta che non sei abbastanza.

Chi sono questi altri che tanto temi?

Guardali bene. Sono uomini e donne imperfetti con la tua stessa paura, con i tuoi stessi dolori e con prospettive e percezioni emerse, anche per loro, da condizionamenti famigliari e sociali. È di tutto questo che hai paura? Non ti sembra di essere uno zoppo che ha perso la gamba destra e guardando l’altro zoppo che ha perso la gamba sinistra, dice “magari avessi anch’io come lui la gamba destra”. L’altro è sempre quel meglio che ti può giudicare, è quello straordinario, perfetto, che non sbaglia mai, che è più di tutto.

Ce dell’altro, nell’altro.

In lui c’è l’amore che credi sia per te indispensabile, l’amore che riempirà il tuo vuoto, che riempirà il tuo valore che finalmente ti farà sentire al posto giusto e perfetto. Questo l’altro non lo può fare, hanno fallito i tuoi genitori che, umanamente, hanno fatto il meglio che riuscivano. Come puoi credere che sia lì fuori questo amore, questo valore?

Il giudizio che temi è la porta d’entrata della casa dove abita il dolore del rifiuto, dell’abbandono, dell’umiliazione. Se conosci quel dolore farai di tutto per non provarlo più e ti incastri lì davanti alla porta, ben bloccato nella paura del giudizio. Pur di non esplorare il dolore chiami “alle armi” tutte le tue difese. Sentinelle efficienti e ben addestrate a dirigere i tuoi comportamenti. Eccole che ti portano ad evitare un invito, a non dire ad alta voce ciò che pensi, ad arrabbiarti e a giudicare a tua volta, a chiedere scusa quando non serve, ad essere compiacente; ma possono anche trasformarti in chi non ascolta mai, in chi vuol sempre avere ragione a tutti i costi, in chi disprezza a prescindere.

È ora di uscire dalla prigione.

Fai un piano di fuga, i tuoi attrezzi sono:

  • l’amore per te stesso
  • la visione che hai di te
  • la fiducia in te.

Esci dalla zona sicura. So che la tua cella, nonostante tutto, ti dà dei punti di riferimento ma è il momento di scoprire qualcosa di nuovo. Non temere il fallimento perché quando ti metti in gioco, qualsia cosa succeda tu hai giocato ed è questo ciò che conta.

All’inizio non sarà facile, sei talmente abituato e abituata alle emozioni vissute fin ora che sei assuefatto, credi che non puoi farne a meno. Non è così. Certo come ogni dipendenza, anche quella delle emozioni, ha bisogno del suo tempo per la disintossicazione. Se mai cominci però mai sentirai qualcosa di nuovo. Provaci. Provaci con l’ironia, la consapevolezza, la pazienza e l’amore e se tutto è complicato puoi chiedermi aiuto, o farti aiutare e sostenere dalla “guida” più adatta a te. Ti auguro di diventare un po’ come Socrate. Socrate, a causa delle sue frequenti dispute, venne più volte malmenato, cosa che sopportava serenamente; una volta che gli diedero un calcio se lo prese tranquillamente, e a chi se ne mostrava stupito disse “Se me lo avesse dato un asino, lo citerei forse in giudizio?”[2].

Un’altra volta quando uno gli disse: “ma quello lì non ti insulta? Non ti offende?” rispose No; ciò che dice non si adatta a me[3]

Ora sai, che puoi essere libero.

Con Amore Dhara


[1] A. Schopenhauer “Il giudizio degli altri”.

[2] Diog. Laert., 11, 21. 

[3] Ibid., 36.